Mattina di un giorno qualunque.
Traffico.

Fermo in coda verso l’ufficio, immerso in volute di piacevole smog, sbircio l’orologio cercando di non farmi prendere dall’isteria.

Al mio fianco sfrecciano biciclette e motorini sfiorandomi lo specchietto.
Pedoni come palline di un flipper mi spuntano davanti all’improvviso, costringendomi a inchiodare e rischiando il tamponamento a catena.

Nessuno mette la freccia, come se fosse una moda di un tempo ormai lontano.

Qualcuno infila una rotatoria dalla parte sbagliata, creando un ingorgo apparentemente senza fine.
Tutti, intorno a me, gesticolano, sbraitano, si insultano coinvolgendo madri, figli, parenti fino alla terza generazione.

Sono quei momenti in cui l’amore per il genere umano viene meno, e mi ritrovo a sperare in un pietoso asteroide. Peccato che gli asteroidi non siano selettivi: me lo prenderei sulla testa anch’io.

Ma ecco che, improvviso, nasce un pensiero del tutto improbabile in questo contesto di traffico e caos: cosa sto facendo io per migliorare le cose?

Anch’io sto inquinando, anch’io sto gesticolando e mandando accidenti ai miei vicini.
Anch’io, a pensarci bene, non ho messo la freccia quasi mai stamattina.
Anch’io non ho fatto passare chi si stava immettendo nella mia corsia da destra.
Anch’io quando mi dovevo immettere ho stramaledetto chi non mi faceva passare.

In una parola: non sono parte della soluzione, sono parte del problema.

Questa piccola illuminazione, avvenuta senza fuochi d’artificio ed esplosioni colorate, mi ha fatto capire che è inutile lamentarsi degli altri, se non proviamo a cambiare qualcosa di noi stessi.

Ho provato a sorridere, nonostante lo smog, nonostante i clacson, nonostante il traffico apocalittico, e ho cercato di respirare profondamente.

Ho provato a pensare alla giornata che dovrà affrontare il mio vicino di corsia, al disagio del ciclista e del pedone nell’affrontare indifeso e privo di corazza l’universo delle automobili.

Mi sono chiesto dove stia andando l’anziano col cappello che mi rallenta con la sua Panda scoppiettante. Ho persino provato un po’ di tenerezza: magari va a trovare i nipoti, e in qualche modo, a suo modo eroico, affronta la strada nonostante l’età.

Ho cercato, per un attimo, di essere ognuno dei miei compagni di sventura, di immedesimarmi in loro.

Per un istante, solo uno, mi è passato il malumore. Ho acceso la radio, cercato una canzone piacevole, e ho lasciato correre i pensieri lontano, via dal traffico, verso il prossimo week-end, il prossimo incontro con una persona cara, la prossima piccola soddisfazione lavorativa, la prossima cena con gli amici.

I lineamenti si sono distesi, un bel sorriso si è diffuso sul mio volto: in fondo, la vita non è così male.

Poi… una Smart mi ha tamponato.

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