C’era una volta l’uomo col cappello.
Temuto e deriso, percorreva le strade chino sul manubrio, a velocità ridottissima.

Di solito guidava un’utilitaria che aveva visto tempi migliori.
Per esempio un Pandino ammaccato, ma anche le vecchissime Fiat 500 e 127 erano ben rappresentate.

Più di recente, si vedeva a bordo di certe Hyundai dalla linea e dalle prestazioni degne di una Trabant esteuropea.

Segni particolari

L’uomo col cappello era lo scherzoso prototipo del peggior guidatore possibile, quello che rischiava di prendere le rotonde “all’inglese” e che si fermava a riflettere mentre il verde diventava giallo e poi rosso, per la “gioia” degli altri automobilisti.

Età media 70 anni, riconoscibile dal posizionamento del sedile a pochi millimetri dal volante e, appunto, dall’abitudine di indossare il cappello alla guida, aveva alcune particolarità impagabili.

Tra tutte, splendida e tipica quella di “spingere” l’auto con tutto il corpo per farla accelerare, memoria vivente dei cocchieri e fiaccherai di un tempo.

Oggi, 2021

Figure preistoriche, ormai. Ricordi teneri di un’Italia che fu, in cui il peggior guidatore che poteva capitare era, per l’appunto, questo tenero omino col cappello.

Il tempo è passato.
Oggi, anno 2021, i vecchietti col cappello non osano nemmeno mettere il naso fuori.

I pochi ardimentosi non li noti più: il fastidio che possono creare scompare di fronte alla marea di comportamenti folli di chi guida mandando messaggi e commentando sui social, di chi si fa selfie al volante, di chi per un tocco di clacson scende per malmenarti, di chi brucia stop, semafori, precedenze e pretende anche di avere ragione, di chi non capisce le rotonde, di chi ha dei Suv formato carrarmato e si sente in dovere di usarli come armi improprie, di ciclisti che ignorano le strisce, di pedoni che ignorano la legge di sopravvivenza tuffandosi in mezzo alla strada con gli occhi piantati sul solito telefonino.

Elogio finale

Per questo, oggi ho voglia di rivalutare quel guidatore in fondo innocuo, solo un po’ irritante, e dedicargli un pensiero intenerito, come quando si pensa a un dodo, a un rinoceronte, a una specie già estinta o in via d’estinzione, goffa, anacronistica ma in fondo simpatica.

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